LATIFE TEKIN

FIABE DALLA COLLINA DEI RIFIUTI

"Ci approprieremo dell'immondizia per costruirci le nostre case". Da quest'intento prende vita Montefiore, una baraccopoli al confine di una grande città turca. Latife Tekin, nata in Anatolia e presto emigrata ad Istanbul, decide di descriverci questa realtà con leggerezza e poesia, senza dimenticarne la tragicità. Come insegnano opere quali "La vita è bella" o "Train de vie", talvolta infatti è più significativa un'immagine poetica di tanti discorsi retorici. Sentir descritto l'inquinamento delle fabbriche di medicinali attraverso gli occhi ingenui degli abitanti del posto ("La neve di fabbrica continuava a cadere loro addosso, procurando un senso di vertigine. L'acqua bluastra scorreva brillando sotto la luna…"), colpisce più di mille statistiche.

Hasan il Nero imita "il suono di una zurna, trasformando i problemi della bidonville in una nenia malinconica e cantandoli con suoni stiracchiati": tutte le "piccole" tragedie della baraccopoli emergono così, addolcite ma non sminuite, dalla fantasia popolare. I sindacati sono "scatole per i desideri degli operai", il vento scoperchia le baracche perché è innamorato di quel monte e ne è geloso, le ragazze sono valutate per la loro abilità nel rovistare nei rifiuti e i proverbi insegnano "All'uomo dal sangue piombato la sposa coi polmoni polverosi". Intanto avanza il "benessere", con l'arrivo dell'ambizioso uomo dello spaccio, delle porte, delle elezioni, dell'emancipazione femminile, degli scioperi e si assiste a una graduale perdita di innocenza, alla sostituzione della competizione alla solidarietà.

Lo stile magico di questa cantastorie moderna ci accompagna in questo piacevole e amaro percorso, consegnandoci un patrimonio culturale, che resterebbe altrimenti relegato alla tradizione orale. A Tekin il merito, sottolineato nell'interessante apparato introduttivo, di essersi distaccata dal panorama letterario turco, da tempo bloccato dalla censura e appiattito dalle convenzioni del realismo socialista.