ROMOLO BUGARO
lA BUONA E LA BRAVA GENTE DELLA NAZIONE
Lontano dal nichilismo che pervade parte
della cultura contemporanea, le pagine del romanzo di Romolo Bugaro ci offrono
un fotografia della "borghesia delle professioni", che può colpire o
infastidire, ma che certo non lascia indifferenti. C'è una profonda critica nei
confronti della superficialità e dell'incapacità di vivere i sentimenti, ma il
tono scelto non è moralistico, perché nasce dall'interno di quello stesso
mondo che vuole criticare.
Con La buona e la brava gente della nazione (Baldini & Castorldi, 1998)¹ il
giovane avvocato padovano si impone all'attenzione della critica, dopo essere
stato scelto da Tondelli per Belli & Perversi Under 25 secondo nel 1987, e
aver pubblicato una raccolta con i suoi migliori racconti nel 1993
(Indianapolis, Transeuropa). Grazie a questo suo primo, raffinato romanzo,
frutto di un accurato lavoro di limatura durato cinque anni, è entrato nella
prestigiosa cinquina del Premio Campiello, fatto che gli ha permesso di restare
sugli scaffali delle librerie "quattro mesi al posto delle solite quattro
settimane", come egli stesso sottolinea in un'intervista rilasciata a Marco
Drago (Intervista a Romolo Bugaro in "Maltese-Narrazioni", n. 23 nov.
1998). Subito aggiunge che sarebbe però opportuno trovare un modo di far
"convivere al meglio l'anima spettacolare dell'evento e quella viva della
scrittura". L'atmosfera respirata nella cornice mondana di Palazzo Ducale
gli è infatti apparsa distante dalla dimensione intima della scrittura.
L'autore, come i suoi personaggi-narratori, osserva la realtà con occhio
critico, pur restandone all'interno.
Lo sguardo che Bugaro lancia sulla società contiene una duplicità
ineliminabile, che si riflette in una scrittura composita, a due livelli. Si
passa dal linguaggio parlato dei personaggi, tutti partecipi della realtà
mostrata, a una lingua colta e raffinata, figlia di prestigiosi padri letterari
e che si fa portatrice di un punto di vista critico nei confronti di ciò che
racconta. Si supera il semplice mostrare e si passa al dire, al commento ironico
e sferzante. Il punto di vista è impossibile: parla infatti Giovanni, giovane
avvocato Padovano, alternando prima e seconda persona, e racconta un mondo di
cui fa parte, ma dal quale si distacca. E' come se avesse assunto una lucida e
fredda consapevolezza del vuoto e dell'assenza di sentimenti, causa di un
disagio profondo, che il romanzo non contribuisce certo a risolvere, ma
perlomeno a comprendere.
Le discendenze letterarie sono innumerevoli e spesso dichiarate (Montale, Penna,
Caproni, Conrad, Pavese, De Carlo, Piovene, Ellis, Fitzeergarg), ma non è
possibile trascurare lo stretto legame al cinema degli anni '60. Da un lato
riconosciamo in Giovanni il Marcello della Dolce vita di Fellini-Flaiano,
dall'altra ritroviamo il contrasto tra ambiente esterno ed interno, proprio dei
film di Antonioni (con L'avventura condivide tra l'atro l'ambientazione a
Panarea). Il regista ferrarese è un altro attento e lucido interprete della
difficoltà dei sentimenti nel mondo contemporaneo e attraverso lunghi piani
sequenza descrive i movimenti dei personaggi, fortemente a disagio in un
ambiente ostile ed incomprensibile, che non dà spazio alle emozioni. Anche
Giovanni, il narratore de La buona e la brava gente della nazione, è un acuto
osservatore dei suoi tempi e narra la storia del "buon amico" Luca,
sottolineandone i gesti, perché spesso sono rivelatori della impossibilità di
avere una vita interiore, in un ambiente fatto di pose, atteggiamenti e
comunicazioni mancate. Luca é infatti sconvolto dall'arrivo di Sabine, una
affascinante inglese estranea al mondo perfetto, in cui era vissuto fino ad
allora. In breve è spinto a confrontarsi con un "sentimento che chiede
posto alle cose" (BBG, 138), ma l'incapacità di gestire la propria
emotività porterà il giovane ad atti estremi, in un crescendo di avvenimenti
che culminano nella tempesta finale, a lungo anticipata dalle piogge, che fanno
da sfondo alle vicende.
Molte chiavi di lettura sono offerte nell'incipit del romanzo, che sembra
indicare al lettore differenti percorsi, tutti possibili all'interno del testo:
l'amicizia virile, la nostalgia per la "soave stagione"
dell'adolescenza e il traumatico passaggio dalla giovinezza all'età adulta, che
esige un sacrificio forte e un taglio netto con il passato. Giovanni immagina la
casa delle vacanze a Panarea bruciare: dopo questa definitiva chiusura di una
fase centrale della vita, si rifugerà nella tranquilla, ma non felice
quotidianità del matrimonio e del lavoro. Queste sono alcune delle tematiche
cardine, ma al loro fianco credo sia importante ricordare ancora una volta il
contrasto tra un mondo esterno fatto di simboli, comportamenti ripetuti e frasi
vuote ed una realtà interiore, di cui i personaggi riescono difficilmente ad
avere consapevolezza. E' come se le emozioni di Luca fossero soffocate dalla
quotidianità, dalle "nuove smorfie d'adulto e le maschere del saper stare
al mondo che aveva indossato" (BBG, 10). Questo bagaglio sociale, questi
comportamenti appresi nel processo di crescita, "l'aiutavano nel cammino e
insieme gliel'oscuravano" (BBG, 10). La falsità e la standardizzazione del
reale è resa da Romolo Bugaro anche attraverso accorgimenti retorici di
impronta classica. Accanto alle numerose anafore ed alle raffinate metafore, si
registra infatti un alta presenza di epiteti, etichette linguistiche che
caratterizzano i personaggi, quasi bloccandoli in immagini immutabili e
statiche. Le pagine sono affollate di "teschi spaventosi", "buoni
amici", "orridi", "titanici", "down",
"magnifiche truppe di veterani invecchiati di vent'anni, splendenti e color
del bronzo"... Un mondo che si cristallizza in atteggiamenti e personalità
sterotipate, che trova i suoi punti di riferimento nei "mezzi Jack Daniel's",
nelle Benson, nelle Ralph Lauren e nelle serate al Sesto Senso. Un universo di
certezze, che nasconde al suo interno il vuoto e il senso di disagio, pronto ad
esplodere al minimo segnale di turbamento. Tutto questo torna ad essere espresso
con limpida chiarezza anche in un racconto interno alla storia principale. De
Masi, un membro dello scanzonato gruppo padovano in trasferta a Panarea, narra
il suo fallimento finanziario e la crisi interiore che ne è seguita. Si accorge
che la sua esistenza trascorre come fosse scandita da banalissimi modi di dire:
"Così, amici, avevo i proverbi che vorticando nel cervello s'ostinavano a
riassumermi la vita" (BBG, 135). De Masi alla fine sembra per un attimo
essere riuscito ad arrivare oltre, dagli occhi per giungere all'anima. Forse per
questo gli amici non lo ascoltano, volutamente cechi al reale, timorosi di
indagarsi dentro. Difatti il suo discorso non è riportato all'interno della
narrazione secondo il giusto ordine, ma è riferito quando se ne ricorda (con
fastidio) Luca. E le frasi dell'amico riaffiorano ancora alla memoria, quando si
risveglia accanto a Sabine:
"Gli tornò in mente il discorso di De Masi.
La sua confusione aumentò.
Fece dei rumori e degli sciacqui.
Maledetti proverbi, si disse" (BBG, 169).
La propensione a vivere la quotidianità ad occhi chiusi e il conseguente dolore
causato da ogni sguardo attento alla propria interiorità era già centrale nei
racconti di Indianapolis, ma è qui, nel suo primo romanzo, che l'autore riesce
a darle forma compiuta. Ne risulta un lavoro maturo ed insieme originale, che sa
rileggere ed utilizzare la tradizione e l'esempio dei fratelli maggiori ed
offrirci nel contempo una personale lettura della realtà di oggi.