SICCITA' A PALERMO

E' troppo tempo che non piove a Palermo. Perciò, in questo Natale del 1977, la gente cammina col naso all'insù e cerca le nuvole in cielo, al posto dei regali nelle vetrine del centro. I negozianti, soprattutto se vendono ombrelli, maglioni ed impermeabili, iniziano già a pensare come affrontare la cattiva stagione. Tra meno di 2 settimane i bacini, che alimentano l'acquedotto cittadino, saranno completamente esauriti, ma già ora scorrono nelle tubature soltanto 1800 litri d'acqua al secondo, contro i tremila necessari. Un comitato di contadini locali si è nel frattempo impossessato del territorio della vicina diga. Visto come questi piccoli proprietari terrieri si sono barricati sulle sponde del lago artificiale, sarà difficile sottrarre l'acqua ai loro frutteti d'arance. Del resto il Comune ha fatto ben poco per creare gli allacciamenti necessari a rifornire, con l'acqua raccolta nel bacino, la capitale siciliana. Insomma, per la soleggiata e calda Palermo si prospettano giorni difficili.
I bambini, che al nord si tirano grosse palle di neve e costruiscono fantasiosi pupazzi gelati, qui non possono neppure giocare con i palloncini ad acqua. E' stato anche sospeso il campionato provinciale di calcio, perché senza le docce gli spogliatoi erano diventati veramente inutilizzabili. Chiuse ovviamente le piscine; interrotte le irrigazioni dei giardini pubblici e privati, sempre più aridi e tristi; sospese le attività di parrucchieri, gelatai e fiorai. I topi rintontiti circolano con lentezza per i giardini e tutti si sentono le gole infiammate e secche, con il buon ritorno economico di farmacisti e medici, forse gli unici soddisfatti dell'andamento delle cose.
Al quarto piano di un vecchio palazzo di via Tremoli, l'anziana signora Cristina guarda il suo balcone con malinconia. Non parla da giorni e non pensa ad altro che ai suoi poveri fiori, che sempre più rischiano la vita. Non può infatti innaffiarli da una settimana e sono tutto ciò che le resta. Il suo vicino di casa, un impiegato delle poste da qualche mese in pensione, aveva notato con dispiacere la tristezza della signora. Così aveva pensato a un particolare regalo natalizio, con la segreta speranza di conquistare il cuore della solitaria vicina, per chiederle di trascorrere insieme gli ultimi anni della vita. Attraverso catene di amici e parenti, è riuscito a scalare le liste di attesa e a prenotare l'autobotte dell'acqua, proprio per la mattina del 25 dicembre. Nessuno del quartiere, quel giorno, prestò così grande attenzione all'annuncio della morte di Chaplin, in prima pagina su tutti i quotidiani. Tutti infatti assistettero stupiti e un po' invidiosi all'arrivo del grosso camion, che permise a una sorridente (per non dire radiosa) signora Cristina, di salvare i suoi fiori e anche di accorgersi che c'era qualcuno più loquace delle piante, pronto a tenerle compagnia nei giorni a venire.
Per strada, ad assistere all'evento, stava anche Mattia, uno dei "picciurielli" più scalmanati della zona. Lui giocava sempre alla guerra ed era affascinato da tutti i mezzi a motore di una certa dimensione. Questa mancanza d'acqua preoccupava anche lui e si era perciò accordato con i compagni di scorribande, per risolvere la questione.
"Qui c'è bisogno di un'azione di forza", proclamava in mezzo a un campanello di coetanei. "Non possiamo aspettare con le mani in mano le decisioni della natura: dobbiamo agire". Come avrete capito, era un tipetto davvero scalmanato, ma soprattutto era dotato di una singolare intelligenza e di una notevole abilità, nella fabbricazione di esplosivi e rudimentali armi. Era così deciso a realizzare un interessante progetto del Consiglio Comunale di due anni prima, mai portato a termine (come spesso accade alle iniziative politiche con fini propagandistici). L'idea era costruire bombe composte di aghi di joduro, per spararle contro le nuvole e far tornare finalmente la pioggia. Dopo diversi giorni di lavoro, nella cantina di suo cugino Salvatore, finalmente il marchingegno era pronto per essere sparato. Purtroppo le cose non andarono secondo i suoi accuratissimi piani e la povera bomba volò dritta sul balcone del vecchio professor Guarnioni.
Il caparbio studioso era in quel momento tanto assorbito dalle sue ricerche, che neppure si accorse dell'ingombrante aggeggio finito sul suo piccolo poggiolo. Era qui che si stava lavorando sul serio, per salvare Palermo dalla siccità, o meglio sarebbe dire dai progetti dei mafiosi. Era cosa ben nota a Guarnioni, infatti, che i possessori dei numerosi pozzi locali erano molto interessati a mantenere questa situazione di scarsità e bisogno, per vendere a caro prezzo la loro acqua. In quel mentre stava giusto tracciando una dettagliata pianta di tutti i pozzi attorno a Palermo, risultato di una lunga e certosina indagine nella ricca documentazione, archiviata nei cassetti di biblioteche, uffici e enti pubblici. I pozzi erano addirittura venti, con un'erogazione di cinquanta litri al secondo ciascuno. Se liberati dal monopolio degli sceicchi dell'acqua, avrebbero certo garantito la città da qualsiasi pericolo di mancanza d'acqua. Però serviva un atto di forza, come aveva intuito il piccolo Mattia. Il professore, perciò, aveva ingaggiato una banda del posto, solitamente dedita a scassi e furti, ma con una buona esperienza in fatto di skate e trapani. Il piano era infatti semplice, ma richiedeva una destrezza e un'agilità che il vecchio erudito non possedeva per nulla. Il piano prevedeva che i dodici ragazzi, fingendo di essere semplicemente in giro con il loro skate, si avvicinassero ai pozzi e creassero canali secondari, tramite cui sottrarre l'acqua alle pompe dei mafiosi. A soli sei giorni dall'esaurimento delle scorte idriche, previsto per il 3 gennaio, l'intraprendente e coraggioso piano di Guarnioni fu finalmente realizzato. Gli skater però si fecero prendere la mano e, al posto di creare piccoli fori nelle tubature, fecero esplodere tutti i condotti. In breve l'intera città fu sommersa d'acqua. Scale, vicoli, strade, abitazioni: tutto fu raggiunto dal tanto desiderato liquido e una festa nacque spontaneamente nelle vie e nei quartieri popolari, dove tutti accorrevano a fare rifornimento con catini, secchi e grosse pentole.
Solo un uomo, dall'ampia finestra del suo ufficio, guardava con malinconia la Palermo trasformata in Venezia del sud. Il Sindaco stava infatti pensando agli elettori persi e ai tanti mafiosi, cui era legato da inestinguibili patti. Sarebbe toccato soltanto a lui, infatti, rendere conto ai potenti signori locali del tanto increscioso avvenimento.
Mara Pace

(Il racconto è frutto della fantasia dell'autrice, sebbene tragga spunto da eventi reali, riportati in prima pagina del Corriere della Sera del 27 dicembre 1977)